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Parla il Rubicone:
Dimmi la verità o Diva
è vero che vanno dicendo che sono brutto sporco e velenoso come i bambini rom e come i calabresi.
Dimmi che non è vero, o le rane indignate
smetteranno di gracidare
e la compagna del cigno nero
piega le canne mature e pelose sul mio talamo
e non mi vedrai mai più, mia vergine dei sette veli.
Purtroppo è vero, mio principe adornato
non sei brutto: ti hanno riempito di monnezza
per questo sei inguardabile “come la pancia di una rana d’inverno”.
I bambini rom e i registi calabresi
durante “una notte di mezza estate”
da accordare con gli scultori della neve e della sabbia
ti stanno approntando al Beach Park del lungomare Grazia Deledda di Cervia
un bel monumento di sale da leccare.
Allora non hai capito un tubo della mia contestazione! A tutti i costi rivendico la mia purezza, e tornare limpido da bere col mestolo come ai tempi dei Romani. Altrimenti che Rubicone sono? Giù la maschera, e sali sulla rocca più alta della Torre del Mastio del Castello di Gradara, e vedrai quelle torri e le terre e le torri e il mare di Rimini e le baronie e le fortezze dei Santi: Pietro, Paolo, Leo, Arcangelo, Mauro Pascoli e San Marino.
Porca miseria: non sono un pentito. Mi chiamo Annibale e vengo da Serrastretta: grazie a Dio il mio paese non porta il nome di un santo. Mi piacerebbe che i media in tempo reale
tra verde cemento e mare
vedessero questi santi pascolare
in quel popò di terra che è rimasto dal podere di Giovanni Pascoli e della tenuta del poeta contadino Tonino Guerra, l’Odiséo di Pennabilli.
I Comuni! Questi Comuni rossi e neri che per un pugno di voti tagliano la quercia e le radici degli alberi da frutto! Scempio nell’agro di Santarcangelo di Romagna. Come in Russia non ebbe pace nemmeno il decantato Giardino dei ciliegi teatrato di Cechov. Tra il bosco e il mare c’era una quercia verde. Tagliata anche questa. Per dare la priorità ai villini di cemento per ricchi, senza nessun riguardo ai viscioli selvatici assai cari a Lady Ljubov’ Andreevna Ranevskaja che le ricorda il bimbo scomparso nel fiumarello del giardino fiorito “mio figlio è annegato qui: se dovete venderlo, vendete anche me insieme al giardino”. Le ruspe, le ruspe hanno fatto carne da porco degli irti colli scarpinati dai due poeti senza tempo, Pascoli e Guerra.
Tra il bosco e il mare c’era una quercia verde
e sulla quercia una catena d’oro.