Due galli nel pollaio

DUE GALLI NEL POLLAIO – STATO E CHIESA

Un appassionato di geologia da una località di frontiera con la piccozza tasta la consistenza dei ghiacciai alpini precari come i governi pagatasse, se il tasso di interesse per il mutuo per l’acquisto della prima casa sfiora il limite dell’usura, allora siamo ai limiti della guerra civile. Vince chi centra l’obbiettivo.

Pantalone apre un universo diverso del vissuto, stile classico epico teatrale demiurgo antistereotipo per pagare ulteriori lettori e spettatori appassionati di noir, delitti perfetti e guerriglie lampo da quando il nuovo Garibaldi presidente del Venezuela Ugo Chavez ha mostrato i denti al capitalismo selvaggio e guerrafondaio giudaico cattolico musulmano e antipellerossa.

I fratelli Molinaro gliene saremo grati dalla Valle d’Aosta calabra all’isola Margherita caraibica, per la continuità della lotta interpretata da Ernesto Che Guevara comandante, che per primo fu critico con l’Unione Sovietica prima ancora di Enrico Berlinguer e condiviso all’editore Giangiacomo Feltrinelli e Pierpaolo Pasolini, tutti e tre accarezzati dalla signora CIA perché avevano in mentre un progetto, come fare fronte alla fame e alla sete dei sud del mondo, Argentina e dintorni compresi.

Seguendo il filo rosso siamo quasi alla IV Internazionale.

Agli sclerotici buonisti baciapreti nulla ricordano gli spari anarchici di Monza e di Sarajevo nel primo Novecento, che colpirono un sistema tirannico inaccettabile ancora adesso. I giovani sono il polmone dell’Europa da quando la Calabria è al centro delle indagini giudiziarie e i Carabinieri come in Valle d’Aosta arrestano gli altri Carabinieri per eccessi spropositati.

Detta così dall’anarchico insurrezionalista autore editore vigente di norma sembra un paradosso dopo avere firmato ad Aosta per il moralismo di Beppe Grillo e votato alle primarie per Veltroni demiurgo, se l’enzima celeste non lo manda a picie come i templari del quadrato magico circolare della Collegiata di Sant’Orso. La straordinaria scoperta archeologica di Annibale:

 

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LA GUERRIGLIA ALLE PORTE DI ROMA

 

 

Entra da Porta San Paolo se c’è bisogno di sedare i bollenti spiriti agitatori di bandiere razziali, copulatori della cagna nazifascista in calore per secondi FINI tra le file dei nipoti della lupa romana.

 

 

 

 

TERZA REPUBBLICA

 

Spazientati gli elefanti soldato di Annibale, coambientati nel clima alpino, in nero azionano le leve dei dissalatori dell’acqua del mare per bonificare il deserto dei Tartari e dell’Africa nera depredata e schiavizzata dall’eurocrazia del vecchio continente quale è l’Europa dei papi, dei Buttiglioni, dei Mastella, dei Formigoni, di Irene Pivetti, della Moratti sindachessa di Milano, e di tutti gli efferati evangelizzatori come i vescovi inquisiti di Salerno e di Lamezia Terme.

 

 

 

 

 

ARMI INNOCUE: PALLA DI NEVE CON LA PIETRA DENTRO

 

Durante una vacanza strategica nell’ottobre 2007 in Versilia per commemorare il quarantesimo anniversario del mito Ernesto Che Guevara, in uno studio aperto sotto i lecci i faggi gli olmi con esperti di diritto, ambientalisti e economisti locali, abbiamo individuato che la signora FAO di Roma, degli aiuti umanitari, grande come il Circo Massimo, per il mantenimento borghese crocieristico e trasferte diplomatiche spende esattamente quanto incassa dalla fiumara monetaria che affluisce da tutti i rivoli del mondo e finisce nel pozzo di san Patrizio. Con amara scoperta percettiva, con la pelle dell’orso e il vangelo alla mano abbiamo calcolato che dalla montagna di viveri e di banconote di grossa taglia, indagate e vedrete che basterebbe un terzo del tutto per azzerare la fame e la sete nel mondo. Se non basterà questo a riempire il sito del Consiglio dei Ministri allora lo riempiremo noi antifascisti anarchici volontari zingari lavavetri. Con una politica sana finirebbe la cancrena della Caritas Pelosas che raccoglie mutande usate per il fratello povero del terzo mondo. Invece di aiutare a studiare più presto come dissalare l’acqua del mare per bonificare deserti e trasformarli in agrumeti fiorenti come in Israele e la Conca d’oro della Sicilia. Una rivoluzione alla Edison con la sua lampadina-luce a energia alternata. Questo non venne mai in mente al filosofo lanternaio Diogene che cercava l’uomo che non trovava: se avesse cercato una donna, sicuramente la scrittrice Dacia Maraini, evanescente attratta com’è dal gioco dell’universo, ancestralmente dotata di idiomi diversi, apostata, incredula, eloquente, avrebbe accettato il gioco parabolico di K. Gibran: “per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”. Ahimè, lanterna cieca ambigua come lama affonda nelle tenebre, che senza il teatro non comprendo. La silhouette Maraini avrebbe detto a Diogene: “Bell’uomo, sono fiera di averti conosciuto! E sappi che ho abbracciato e baciato parecchi dongiovanni senza pretese, ma quello che mi ha trafitto l’intimità dei sensi è stato uno solo: il teatro logico epico del leggendario Annibale, che non spara al pubblico da sopra i tetti ma apre e ti trattiene come il lupo della Sila e il cavallo africano. O questo cigno rosso che scava e posa sul palcoscenico dell’universo. Il teatro non è fuga: è lotta, gloria, dizione, dialogo etnico, straniamento e scherno col Mackie Messer di turno, genesi di idiomi lontani riportati al presente negli spalti aperti. È  lui, il teatro, che va verso Maometto, verso le favelas, verso il sol dell’avvenire. Il teatro copula l’assurdo e l’utopico e abortisce stereotipi e tradizioni che arretrano l’uomo. Il teatro è lezione universitaria, e non litanie e omelie di parrocchia che hanno appestato il mondo per non creare modelli nuovi e per detenere il dominio dei poveri mortali dalla scoperta del fuoco ai giorni nostri. Il teatro sa mimare la morte come il socialista Emilio Lussu dagli alti monti creò il Partito Sardo d’Azione per ridarci l’orgoglio del vivere democratico”.

Se gli scagnozzi neri e padani del cavaliere azzurro dovessero passare il segno, gli anarchici insurrezionalisti li fermeranno e in extremis anche alla Gaetano Bresci. Con l’onore delle armi e impulsi di Hannibal del Monte Rosa.

 

 

 

 

CONVERSAZIONE TELEFONICA DACIA MARAINI – DIOGENE

 

Sappi che quand’ero bambina con mamma e papà e due sorelline più piccole nel campo di concentramento per  stranieri in Giappone per due anni ho mangiato vermi formiche rane e serpentelli, più io che un indigeno. Altro che isola dei famosi e cavalieri erranti! La mia famiglia prigioniera del regime nazifascista reclamò al campo per la sopravvivenza di due bambine e un bambino, che ero io, Dacia Maraini, e non dico papà il caro prezzo che dovette pagare per farsi ascoltare. Allora dopo tre giorni arrivò un tipo del regime al campo e ci portò una capretta, che diventò pelle e ossa perché non c’era da mangiare neppure per lei e produceva 200 grammi di latte al giorno, da dividere con le mie due sorelline. Ero io l’uomo del campo. Certo signor Diogene che non poteva trovare l’uomo che cercava con quella lanterna: ero accovacciata per mungere la capretta. Allora avevo sì e no cinque anni. La capretta data dal regime al mio papà antropologo Fosco, sì, Fosco, così si chiamava il mio amorevole e ostico papà. Conosceva nove lingue e ha scritto parecchi libri, e con lui ho girato il mondo. Se lo avesse incontrato Primo Levi, avrebbe detto: se questo è un uomo, io sono Diogene”.

 

 

 

 

 

 

RIFLESSIONE DALLA COLONIA PENALE VALDÔTAINE

 

Giù le mani dagli extracomunitari onesti in attesa di regolarizzazione. Ci sono tanti criminali italiani all’estero che non è il caso di infierire con gli stranieri. Caino scherzava con Abele che cadendo si è fatto male da morire, ma lo amava.

Io so cosa rischio. Mi potete picchiare e arrestare stasera, ma il secondo giorno il testo griderà giustizia e la bella Antigone avrà cura delle vostre carcasse.

Gentilissima Simba, di ritorno dall’orto botanico dopo la tua lezione all’università, apri il sito www.clubpoeti.it, visualizzare vetrina, e parlami di pane e di leggi razziali e di caccia alle streghe. Al centro del sito echeggerà il tuo testo Ballata di una finta strega. Mi serve per tenere alto il mio autocontrollo. Ho la testa libera, non diventerò mai lo zimbello del sistematico rullo compressore occidentale. E dopo questa sparata arriverà la lungimiranza della Margherita dei fratelli Calì valdocalabri e di Walter Veltroni che ho condiviso ma con riserva.

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IL MIO AUSPICIO

I due mondi in guerra, occidente e oriente, per simbiosi diventeranno amici, per non avere paura l’uno dell’altro. Aiutiamoli.

Con la globalizzazione il mondo è cambiato, è diventato più piccolo, con internet possiamo parlare al mondo dal di dentro e dall’esterno. Con o senza il caos. E abbandoniamoci in viaggi andalusi alla Garcia Lorca

cavalcando la puledra senza briglie e senza staffe.

Così va il mondo. È la coscienza che ci fa vili. Dopo il brindisi i giovani con l’arte musicale proni alla ricerca di un modo diverso di pensare fatto di vibrazioni che accendono luci nuove ai punti scuri del cosmo. Al punto da migliorare la salute dei malati cronici. Da quando il poeta siciliano Quasimodo ha vinto le tenebre citando la sera come inno alla luce del giorno che segue.

Il giorno dei morti 2007

L’anarchico precettato reperibile

Annibale Molinaro

per i miei ragazzi: arrivo subito. Leggete e diffondete

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