Virginia mia ribelle Virginia

Cervia – Milano Marittima

Virginia mia ribelle Virginia,

appena sarò più sereno riprenderemo le tue picconate e le cordate sulle condizioni dell’Africa nera. Per adesso, grazie per le albicocche che hai portato anche a Ivana e Dany dal tuo giardino sardo ai piedi del Cervino. Fresche e mature come le Muse dell’anarchico Prévert e di Gabriele D’Annunzio. Grazie a te a e a Grazia Deledda per le coltellate addominali infertemi sapientemente e con gusto letterario da queste figlie della Sardegna e nello stesso tempo scrittrici d’Italia.

Convalescente da quaranta giorni in vacanze termali e antidepressive, come il Narciso mi rispecchio nell’acqua traballante di questi lidi romagnoli. Precisamente a Cervia, città del sole, del mare e del sale, quello che cercano sapientemente i palombari della storia. Io invece sono in cerca di qualcosa da scrivere, da recitare, che abbia la sostanza del teatro classico che narra le condizioni dell’uomo sulla terra, sperando di non essere minacciato e ucciso dai tirannosauri prima di partecipare al cinquantunesimo Trebbio poetico cervese assieme ad altri, per vedersi, sentirsi, toccarsi e stare insieme per parlare di poesie da mattina a sera, tra una veglia e l’altra di mezza estate, e recitare nella città di antica origine greca. Cittadini onorari di Cervia sono Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura, Giuseppe Ungaretti e il poeta Mario Luzi. Al Grand Hotel Cervia per la rassegna del libro 2006 era presente Dacia Maraini. Non ho fatto a tempo per salutarla. Forse avrà letto il mio primo libro. Era notte tarda per tutti. Sarà per il prossimo anno 2007. Così avrò tutto il tempo per cimentarmi sulle origini della cerva, stemma del Comune di Cervia – Milano Marittima.

Che mi pare di vederla, la cerva, nel parco termale leccare una pietra di sale. Per fortuna la cerva non è lo stemma del casato dei signori di Rimini, del Sigismondo Pandolfo Malatesta, assai simile ai nostri signori della guerra contemporanei. Un suo ritratto è custodito al Louvre. Un vero sant’uomo bellicoso, libidinoso, esperto d’armi, fu l’inventore della prima bomba a mano, fatta fabbricare nel 1460. Seminò incendi e devastò il territorio. Gli morirono parecchie mogli e depredò i suoceri, e violentò la figlia. Questo sant’uomo dei malatestiani fu amato e odiato da tutti. Nel 1435 raggiunse Firenze per dare omaggio al Papa Eugenio IV, che perdonatolo gli concesse il vicariato di Cervia, Sant’Arcangelo, Gradara e dintorni; e il comando delle sue truppe in Romagna e nelle Marche. Il Malatesta mandrillo di Romagna, annoverato capitano amante della guerra, di brutte figure ne ha fatte più di Berlusconi e del serenissimo Bossi. Astuto e oppressore dei poveri, scippava i beni per farsi amare dal Papa, che in un secondo tempo lo scomunicò e lo condannò al rogo, condanna non eseguita per decorrenza dei termini. Dai pontefici ottenne duecento lance per infilzare o persuadere i romagnoli a pagare il pizzo o il dazio o il censo allo Stato della Chiesa. A pensare che dall’Inghilterra nemmeno William Shakespeare pagò il dovuto ai voltagabbana della Chiesa quando sposò la figlia, e forse anche per questo è scomunicato anche lui?

Virginia, non chiedermi perché mi impiccio dei Malatesta. La trovo la storia più bella del nostro Rinascimento, vista da Annibale anarchico insurrezionalista da Serrastretta. Anche perché nella Corte ospitavano artisti come Piero della Francesca, Alberti e Pisanello, nomi che gli studenti di oggi sanno a memoria. Perché sfornando sfornando si cuoce il sugo con dentro l’anima degli artisti, alchimia vera e pura, altrimenti non sapremmo niente di Paolo e Francesca, dei Borgia, dei Carmagnola, dei Montefeltro. E per questo ho partecipato alla settimana della kermesse medioevale rievocativa del matrimonio dei Malatesta.

In un secondo tempo ho partecipato alla kermesse teatrale dell’assalto al castello medioevale di Gradara, la Rocca più bella d’Italia. Persino Dante Alighieri all’epoca vi prese parte, e a colpi d’ascia e da buon fiorentino lasciò increspandone le pareti virtuali nel quinto canto dell’Inferno, dove primeggia la genesi dei Malatesta. La presa del castello, la stanza e la fine drammatica di Paolo e Francesca.

Destino vuole che a fine spettacolo il 12 agosto 2006 leggo su una locandina “L’Europa a colpo d’ascia –Tecnica ed arte dello spaccato architettonico nei disegni di Francesco Corni”. Francesco e Maria nel palazzo Stefani nel borgo del castello di Gradara esponevano la loro arte di archeologia industriale, direi solare. L’incontro con Francesco e Maria, dopo vent’anni – veramente ci conosciamo da trenta, nel settore archeologico in Valle d’Aosta, tutti e due dipendenti delle  belle arti, io specializzato esploratore archeologico e Francesco e Franca Martelli col disegno rilevavano i miei rinvenimenti nell’area sacra del borgo di San Lorenzo durante il restauro della chiesa di Sant’Orso.

Tornando alla Rocca medioevale, io veramente ero da una settimana nel borgo anche per studiare dinamica teatrale rinascimentale in cerca di elementi tra le scorie del passato. Oltre al luogo esatto, qualcosa è rimasto nell’aria da annaspare, dopo sei secoli è possibile percepire suoni, odori e sapori, gli stessi elementi di allora prodotti oggi dal vento, dai fiori, e come no?, anche dalla crostata fatta dalla nonna: sono il pane quotidiano di un replicante. I libri e i ritratti aiutano anche. Altrimenti Eleonora Duse, senza l’aiuto di Gabriele D’Annunzio non avrebbe potuto interpretare alla perfezione la scena finale di Paolo e Francesca nel castello di Gradara, nella stessa stanza dalle mille insidie e altrettante passioni che non sfuggono a Dante, che da testimone parla dei Malatesta e Francesca, ispirato dalla musa Beatrice, e percepisce persino il canto di Orfeo durante l’abbandono di Euridice. Questo non lo avete ancora letto da nessuna parte.

La magia del canto, del suono e del teatro va oltre l’umano vissuto, e io stasera a piedi me ne torno nella Baia degli Angeli, poco distante da qui, qualche dieci chilometri, tra Gabicce Monte e Pesaro. Attraverserò le vigne del mare, mi lascio alle spalle la veduta del Posillipo e del Sorrento. La discesa mi preoccupa più del bosco impervio. Ho già pronta la mia amaca, la tenda, la zanella, il pugnale da pesca, gli scarponi da montagna li ho comprati ieri, la radiolina, la piccozza, la cartina sentieristica, olio sale aceto e tutto nella stessa bottiglietta, il fornello e la torcia, la pancia piena, e mi sono rimasti ancora trecento euro e un biglietto convenzionale con la scritta “vado e parto da Pesaro 2006”.

Questo anno è la fine delle guerre e degli uomini, se non si adeguano. Perché un mondo migliore è possibile.

Ferragosto 2006

www.annibaleanarchico.it

One thought on “Virginia mia ribelle Virginia

  1. Ciao Annibale, ci lasci un’eredita che non possiamo tradire. Hai incarnato i valori piu profondi della resistenza che noi dobbiamo far vivere ogni giorno. Ciao Partigiano Annibale

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