Dalidà e il mulino di Amleto

È una storia che significa tante cose. Il mito, l’uomo moderno e la giustizia che non quaglia in un mondo di pazzi sfatato dal teatro astrofisico che ci costringe a pensare quanto sia poco arrivare a capire il marcio-marcio di Danimarca. Recitare tra le pareti della montagna e la cascata che sgorga dalla stessa tra le stalattiti e cristalli richiede equilibrio, allenamento, disciplina, rigore e tempo-ritmo, necessari per pensare come costruire l’uomo nuovo al momento più opportuno durante la precessione dell’equinozio. Spinti da una profondo sconforto e un odio acceso inarrestabile perché orfani in tenera età, figli delle nove lune e di nove madri, le nove dee fanciulle iniziate per impugnare la grossa leva del telaio che macina sassi, oro e sale per creare un mondo nuovo. Sollecitate dalla maledizione della mugnaia omerica recitata dalla tre streghe del Macbeth di Shakespeare durante la ballata di Dalidà con Zorba il greco appaiata all’universalità del nome di Amlóòi, patrocinatore del conflitto interiore.

Vento a folate tra il noto e l’ignoto.

Mito eloquente che hanno lasciato il segno lineare come la luce loro due in tutte le direzioni. Dall’aurora polare all’equatore magnetico, al cuore del sud del mondo, per analogia con il principio meccanico quantistico nell’ottica dell’azione concreta insita nella rivoluzione silenziosa solitaria e sensibile, che a colpi di mazza e di stiletto in audio puoi vedere sgorgare ogni tipo di scuola di pensiero arcaico e futurista. Dalidà e Amleto come Ercole, prova ne è la straordinaria biografia dei mito dei due pionieri solitari. Recitato cantato danzato sul pelo dell’acqua o tra i dardi e gli spalti a piedi nudi sul filo del rasoio nel senso del rituale per antonomasia, creato dal nulla lo specchio della mente riflesso rimosso dall’intimità dei sensi e l’affermazione estrema dell’io ma anche della fuga dell’io profondo per andare a nozze con la morte come il soldato Woyzec e il folle eroe Achab che muore e si dissolve in fondo al mare e nel ventre del capodoglio.

Dalla cacciata dal paradiso terrestre ai giorni nostri così va il mondo, caro grande oceano. È il destino o la nostra volontà che vogliono la nostra azione, o i nostri occhi?

Dormire, sognare o agire?

Jolanda Cristina Gigliotti in arte Dalidà, come  Amlóòi, sceglie di agire per non guarire d’amore e sposa il desiderio della purezza e della morte nella centralità del rituale per produrre modelli psichici collettivi e recitanti.

La danza come espressione del racconto mitico a ripetizione per produrne dei nuovi avvalendosi della continuità del tempo riproponendo l’ordine dell’universo. Perché il caos è la carcassa di un mondo rovinato che c’era già prima.

La bimba intuisce, cavalca i confini generazionali, a lama ci va dentro senza scampo come Amleto, pregni d’amore e di odio stanchi ma non rassegnati, sposano con furore la causa del gesto e l’anima. Eh fatta. A cinquant’anni un bel monumento narrato a tempo-ritmo da lontanissimi attori del teatro-canto-danza mondiale.

Non più corpo ma immagine a uovo incamiciato. La stella ha navigato dall’Egitto a Parigi e da Miami al Nepal, adolescente e poderosa sebbene mingherlina. Come Junta nel film Das blaue Licht, la bella maledetta che coglieva cristalli nel fianco della montagna e muore cadendo perché stregata dalla possente misteriosa luce blu riflessa dalla luna piena, emanata dall’interno dei cristalli blu.

Jolanda caparbia a colpi di ariete abbatte muri e frontiere e conquista il mondo giovanile col dolce canto e solidarizza con i gay già negli anni Sessanta e per volere degli dei sul tempio di Baal apre al vinile, conquista 55 dischi d’oro e dà fuoco al mondo lasciandoci il suo talento coniato su una moneta ricordo, due francobolli, due schede telefoniche e un dvd. E mi ricorda la maledizione della mugnaia dell’età dell’oro che Omero ne fa masseria narrativa come inno alle allodole. Dalla caduta di Troia al crepuscolo mattutino degli dei, ai giorni nostri.

Il mito non è solo un modello greco. Dalidà è stata la prima e l’ultima gentildonna ospite all’Eliseo dal socialista François Mitterrand ad opera di Giscard d’Estaing all’epoca del generale De Gaulle. Questa creatura a due passi dalla Torre Eiffel nella casa a Monmartre e il monumento della stessa.

Per il principe danese è sufficiente il castello reale di Elsinore in Danimarca – e Ofelia, Orazio, Fortebraccio, la vacca – sua madre, e il padre ucciso per atti carnali e di potere.

Orazio: “E lasciatemi dire, al mondo che ancora non sa, come tutto avvenne”, sforando al magnetismo della genesi dei sentimenti epici ed immagini affrante per ristabilire l’ordine cosmico per un istante, e dilegua.

Il teatro richiede forza e padronanza di sé. La bimba gioca allo sferisterio nell’antro dell’ignoto, per scommessa raddoppia il talento e cavalca a pelo il delfino della lirica nello spazio dei numeri e del suono, apre a nuovi spartiti musicali e non si ferma più, nemmeno adesso, perché l’arte non finisce qui, va oltre i confini dell’innocenza e dell’intimità. A piedi nudi asciutta e pura si spinge lontanissimo, la vediamo nuda e cruda recitare da araba fenice, canta e danza con Zorba il greco, buca le nuvole e plana all’agorà del libro umorista di Kafka. E macina grano sull’aia della valle “Il Vecchio Castagno”  tra mulini e antri di lupo mannaro per lo Zelig di mezza estate.

Tutto qui il senso della vita, e io immagino la circonferenza dei tuoi occhi e di tutto il resto e sogno di volare.

Dizione perfetta, timbro calabro, voce canora, spunto di fioriture di numerose associazioni e la micro fondazione culturale Annibale-Dalidà du Petit Théâtre Calabro-valdôtain, che viene da luntano come la storia dell’arte, che è sorella della storia degli idiomi, e si nutre di scienza, quindi di verità. Ecco la svolta per riempire il vuoto dell’infinito. Finito. Tutto qua.

Una corsa per ESSERE dove eravamo già. Stappiamo due bottiglie di vino di Porto, perché stasera si balla e si recita a soggetto tra alchimia e fusione degli spiriti vaganti.

“Gran Rond! Balancez! Les Chevaliers à genoux et remerciez vos Dames!”

Icona, nicchia, monumento. Enciclopedia, una scuola in terra natia, bizzarro lo scultore e il cromatico pittore calabro-francais INIS, il Gallo poliedrico alla riccardopittore, l’etrusco, discendente di tarconti di Tirreno, figlio del Re Ati di Lemno di Grecia, celebre mite automostro a tre bocche, unico cerbero vivente e affamato d’arte uguale e contrario all’Annibale del teatro dell’assurdo.

Questa è la storia teatrata da un povero idiota:

spentasi la breve candela non se ne sa più nulla.

 

Fattore K, il mulino interiore

 

Oceano in tempesta accoglie natura innocente come nel racconto bizzarro Moby Dick di Melville, astuta profezia calcolata per giustificare il massacro di bambini e donne innocenti nei teatri di guerra preventiva – vedi Iran Iraq Libano Somalia. L’occidente è la madre che prolifera guerre. L’intruso Achab caccia la balena bianca, la balena reagisce e gli stacca una gamba.

Apriti cielo! Da quell’undici settembre americano il pretesto per la caccia all’uomo musulmano a nome di Dio e della Bibbia, ammazzare l’altro per saccheggiarlo e disumanizzarlo come durante il nazifascismo. Questa è la destra e il berlusconismo. E l’Italia mette benzina sul fuoco ma ancora per poco perché prossimamente tocca a noi.

I governi vanno e vengono e durano uno o due anni, le ideologie si evolvono e durano secoli, e le femministe del momento sono impazienti e pronte a riscattare la dignità delle donne afghane e somale senza aspettare il caporale di turno per entrare in scena teatrale alla Benigni, alla Beppe Grillo, alla Franca Rame. E lo sbirro badi ai criminali e agli ndranghetisti eletti dal sistema politico mafioso. Per tornare in piazza con l’anarchico Bresci e il Pietro Gori detto il Lenin d’Italia e il Calamandrei di Togliatti. Chi ha schiaffeggiato gli operai e i sindacati si penta in casa. Finalmente fischia il vento alla Zapatero perché quelle armi erano nostre; e anche le piazze e l’antifascismo vincerà in Italia e nel mondo perché la casa, il lavoro, la sanità e la scuola superiore è un diritto per tutti. E l’Italia è fatta, con gli italiani. Questa specie di democrazia borghese ci porterà a un nulla di fatto o alla guerra civile. Detto fatto.

Convegno Google Courmayeur Mont-Blanc

Giornata della memoria 27 gennaio 2007

www.annibaleanarchico.it

 

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