Epilogo

Se Annibale ci ha messo vent’anni per scrivere i testi da cui sono tratti i brani qui pubblicati, noi ne abbiamo impiegati almeno due per metterli insieme e rivederli.

Ognuno ha lavorato per conto suo, Giulio a montare e a chiosare, Maria Pia a cucire e tagliare. Poi ci si incontrava e si declamava. Perché gli scritti di Annibale sono assolutamente da declamare, da scandire, da recitare.

E intanto Annibale mordeva il freno:

Per esser sincero mi è più facile incontrare Ben Laden che non i miei stretti collaboratori per chiudere il Cerchio di Amilcare.

Amilcare? Sì, il padre di Annibale. I cerchi infatti si chiudono tornando da dove sono partiti.

I problemi da affrontare sono stati molti perché metter mano, per quanto autorizzati, nelle creazioni altrui è sempre lavoro giudicante, violentemente intrusivo. E Annibale già troppe ne ha subite.

Il Cerchio di Annibale è un libro che mi serviva come scudo, il nemico mi avrebbe ferito di meno.

Poi c’era la questione dei contenuti, dei nomi delle “vittime” dell’ira di Annibale squadernati in bella vista nei suoi testi. Se ne sarebbero sentiti offesi? Questo è il problema – direbbe Shakespeare, mentre Annibale ribatterebbe, indignato:

Freud e Einstein ci avrebbero dato ragione: la Democrazia all’italianotta è la peggiore dittatura del mondo perché affidata nelle mani di cerimonieri faccendosi, nella fattispecie portaborse, uscieri, giocatori d’azzardo, pallonari, visionari di santi, preti pedofili, banchieri, pisciari, trafficanti di minori e di organi, palazzinari famosi, commercianti, imbonitori, giudici corruttibili, camorristi politici per mestiere, case farmaceutiche, la Borsa o certa editoria.

Tutti insieme davano sangue e polpa alla Democrazia, ma per i buonisti è tutto irrilevante.

I buonisti sono diventati i suoi peggiori nemici, da quando Valeriano Gialli gli ha messo la pulce nell’orecchio, peggio degli Americani, e noi temiamo di essere un po’ buonisti e per questo siamo pieni di esitazioni, di dubbi. Certo non vogliamo far credere che Annibale sia innocuo o inoffensivo. Ma siamo convinti che Annibale è un poeta e una persona gentile: le sue parole possono colpire, anche perché destano meraviglia, ma se attaccano talvolta il singolo comportamento, esprimono con ciò stesso la fiducia che l’uomo e la società possono diventare migliori.

Il piccolo libro da stampare, da leggere, da consigliare, da regalare non poteva però diventare registro di sentenze e regolamenti di conti. Così abbiamo tolto, quando era possibile farlo senza violenze al testo, molti nomi e diversi riferimenti, tanto più che i materiali qui raccolti hanno già liberamente circolato anche fuori dei confini regionali, sono stati oggetto di scambio tra collezionisti, come le figurine Panini, e sono stati inviati direttamente sia ai destinatari stessi delle invettive e delle accuse di Annibale, sia alle autorità giudiziarie. I pettegoli dunque hanno già ampiamente goduto. Il lettore comune saprà invece, se non è malintenzionato o sciocco, rintracciare il filo che lega e il senso che spartisce il poetico dal politico, il teatrale dal legale, la finzione dalla funzione. E soprattutto saprà distinguere la giustizia offesa di cui Annibale si fa cantore, magari irriverente, inscenando il lutto che portiamo nel cuore come un’ulcera perforata causata dalla nostra stessa banale fiducia alla Giustizia, con l’offesa alla giustizia di cui altri menano vanto.

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